Il Bloodstain Pattern Analysis

images?q=tbn:ANd9GcQX49jGZp5pDjVsO0t3TfcjgH0rJ60uBqONmiTa7zOzOGjovUE0Il Bloodstain Pattern Analysis (BPA) consiste nell’analisi delle macchie di sangue rinvenute sul luogo del delitto, permettendo una analisi dinamica del’evento criminoso attraverso la distribuzione, forma e dimensione di tali tracce. Primo obiettivo degli esperti del R.I.S. e della polizia scientifica è quello di individuare la natura delle macchie. In primis va accertato che la macchia sia costituita da sangue e che si tratti effettivamente di sangue umano analizzando i globuli rossi (negli umani differenti da quelli animali). L’individuazione delle macchie di sangue avviene attraverso uno strumento particolare: il Luminol. << Una macchia è qui tuttora… Via ti dico, o maledetta>> gridava Lady Macbeth volendo cancellare le macchie di sangue dalle sue mani. Certo Shakespeare aveva descritto questa situazione per raccontare la condizione psicologica in cui si era venuta a trovare la regina di Scozia dopo l’omicidio, ma sicuramente non avrebbe mai immaginato che poteva essere una situazione realmente ipotizzabile alla luce delle strumenti scientifici di cui oggi noi disponiamo. Il Luminol, infatti, è utilizzato per determinare e rilevare tracce di sangue anche lavato o rimosso. Attraverso la luminescenza, esso reagisce con il ferro, presente nell’emoglobina del sangue, che fa da catalizzatore nella luminescenza. Il colore del Luminol è blu e deve essere rilevato alla quasi totale oscurità.luminol-crimescene.jpg

Esso reagisce dunque al ferro, il che significa che non è sufficiente per dire che quella è una macchia di sangue: se il Luminol è puntato verso una scatola di viti reagirà nello stesso in cui reagisce in presenza di sangue. Sarà dunque necessario procedere ad una ulteriore analisi, come ho detto prima, per valutare che quella sia una traccia di sangue e che si tratti di sangue umano. Si dovrà poi procedere a stabilire a chi appartiene quel sangue, se è tutto della vittima oppure no; a controllare l’età della macchia ed infine da quale parte del corpo provenga. Dobbiamo innanzitutto dire che esiste una differenza tra macchia ed incrostazione che deriva dal substrato che riceve la goccia di sangue. Parleremo di macchia se la goccia cade su uno substrato assorbente e di incrostazione se questo è invece impermeabile. La zona soggetta a tale imbrattamento deve essere descritta e documentata fotograficamente. Importante è anche analizzare le zone circostanti al cadavere per poter rinvenire altre tracce come il trascinamento ed eventuali impronte lasciate dall’aggressore.

bloodstain-height.jpgEsistono diversi tipi di tracce ematiche: gocciolatura o colatura; gora o pozza; spruzzi o schizzi; tracce secondarie o trasferite. Sperimentalmente è stato dimostrato che la caduta delle gocce di sangue possono determinare macchie con differenti morfologie determinate dalle diverse qualità di punte che la macchia va a formare sulla superficie cu cui è precipitata. Con una caduta da 30 cm. si è dimostrato che della goccia risulteranno sedici punte, che andranno ad aumentare con ogni centimetro in più di caduta. Se la goccia cade su un substrato inclinato o cade da un soggetto in movimento, questa assumerà una forma c.d. a clava, che indicherà la direzione in cui il soggetto si stava muovendo. Con pozza s’intende una traccia di sangue estesa, le cui dimensioni dipendono dalla sua origine. Se il substrato è inclinato, la pozza prende il nome di gora, poiché la pozza di sangue subisce l’accelerazione del piano inclinato. Spruzzi e schizzi sono invece il risultato di una proiezione di sangue su una superficie. Tracce secondarie sono invece dovute non necessariamente per diretto contatto della superficie con la fonte di origine, ma per veicolo di altri oggetti. Possono essere dovute da una mano o una scarpa sporca di sangue, da cui si può dunque risalire ad impronte digitali e tracce di scarpe, oppure ancora permettono di ricostruire un eventuale trascinamento del cadavere. Processualmente parlando possiamo fare riferimento ad uno dei fatti di cronaca più seguiti in Italia. cogne_delitto.jpg

Mi riferisco all’omicidio di Samuele Lorenzi avvenuto a Cogne il 30 gennaio 2002. Tale vicenda interessa da vicino l’argomento in questione perché si è giunti alla sentenza che ha condannato la madre del piccolo Samuele, Annamaria Franzoni, grazie proprio al BPA. Ricostruiamo innanzitutto il fatto. Il 30 gennaio 2002 Samuele Lorenzi di tre anni viene ucciso con numerosi colpi al capo nella camera da letto della villa di famiglia a Cogne (Aosta). Il 14 marzo della stesso anno la madre del piccolo Samuele è arrestata con l’accusa di omicidio volontario dai carabinieri su ordine del g.i.p. di Aosta, Gandini, omicidio del quale si dichiarerà sempre innocente. Tutta l’attività d’indagine svolta dagli inquirenti si è basata sulle macchie di sangue rinvenute nella villetta e per questo, come ho detto prima, il BPA è stato fondamentale: è stato lo strumento su cui si è basata tutta la tesi accusatoria e che ha portato i giudici, di tutti e tre i gradi di giudizio, a condannare l’imputato per il reato di omicidio. Come si può leggere sulla relazione tecnica presentata alla procura della Repubblica di Aosta dai carabinieri del R.I.S., l’intera camera da letto, luogo dell’omicidio, era ricoperta da schizzi di sangue che hanno permesso anche di ricostruire l’accaduto. Per fare qualche esempio: le macchie di sangue rinvenute sulla spalliera del letto sono dislocate come uno sciame di schizzi che indica la posizione esatta della testa del bambino; sul soffitto si trovano tracce ematiche che spiegano il brandeggio, chiamato in gergo tecnico cast-off, cioè il movimento del braccio che impugnava l’arma del delitto e mettendo in relazione questo elemento con il cono d’ombra (cioè la parte non macchiata dal sangue) lasciato sulla coperta, i R.I.S. sono riusciti a dimostrare che l’aggressore si trovava sul letto e che colpiva la sua vittima con il braccio destro. Ma le macchie di sangue fondamentali, che hanno determinato la dichiarazione di colpevolezza da parte dei giudici nei confronti di Annamaria Franzoni, sono quelle rinvenute sul pigiama della donna. Secondo la difesa, il pigiama si è sporcato perché presente sul letto al momento dell’aggressione. Secondo l’accusa, ed è la tesi accolta, ma ahimé la più triste e macabra, il pigiama si è sporcato perché indossato dall’assassino mentre sfondava con un oggetto contundente, che ricordo non è stato mai ritrovato, la testa del piccolo Samuele. Secondo i carabinieri del R.I.S. il pigiama non si è potuto sporcare perché appoggiato sul letto, poiché, è proprio la modalità con cui il sangue è schizzato su di esso che ci dice il contrario: ancora una volta le prove scientifiche tornano a parlarci. A questa tesi si sono accompagnate altre prove derivanti dal tempo in cui l’omicidio si è consumato ed in modo particolare dallo scarso arco temporale che un eventuale omicida esterno, come ha più volte detto la difesa della Franzoni, avrebbe avuto. Da tale assunto il giudice ha stabilito che un estraneo, e dunque un assassino diverso dalla madre, potrebbe essere entrato nella villetta solamente in quegli otto minuti in cui l’accusata era impegnata ad accompagnare il figlioletto allo scuolabus e, poiché il luogo è isolato e nessuno ha visto altri soggetti transitare, v’è la ragionevole certezza che nessuno si sia infiltrato in casa in quel breve lasso di tempo ed abbia indossato il pigiama della donna per uccidere il bambino. Da ciò ne deriva che l’assassino è la signora e che l’omicidio è stato da lei perpetrato in un tempo collocabile prima dell’uscita di casa per accompagnare l’altro figlio allo scuolabus.

Wipe_Pattern.jpgCon la tecnica del BPA il giudice ha dunque potuto “vestire” l’assassino , poiché non c’era nessun’altro elemento che ha permesso di provare quanto stabilito con tale tecnica. Senza questa tecnica e l’abile maestria dei reparti di investigazioni scientifiche non si sarebbe mai giunti ad una tale sentenza, confermata in tre gradi di giudizio, che ha permesso di affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la madre del piccolo Samuele Lorenzi è la vera colpevole del suo omicidio. Dalla lettura della sentenza di primo grado emerge proprio la natura tecnico-giuridica della questione processuale, caratterizzata dall’assenza di una vera e propria discussione sull’ammissione della prova scientifica, non solo per stabilirne l’attendibilità ma soprattutto per identificare la capacità ricostruttiva di tale prova. Più volte nella sentenza si cerca di impostare argomentazioni tecnico-scientifiche con l’intento di spiegare che l’assassino indossava i panni della donna. Ci sono state alcune critiche, anche se in modo velato, alla sentenza di primo grado . In un punto sono però d’accordo e cioè che si tratta di una sentenza anomala, fuori dai soliti schemi, poiché l’omicidio è privo di un movente certo e senza che sia stata mai trovata l’arma del delitto, e leggendo la sentenza di prima grado si può notare anche la difficoltà del giudice nell’esporla. Il giudice della cassazione ha tentato di dare un movente dicendo che sarebbe stato un capriccio del piccolo Samuele a spingere sua madre ad ucciderlo, ma sempre è stato confermato che non è plausibile la presenza di un estraneo, soprattutto per pochissimi minuti che avrebbe costui avuto a disposizione (5/8 minuti per accompagnare Davide allo scuolabus).

Il Bloodstain Pattern Analysisultima modifica: 2012-09-12T11:25:46+02:00da rob-crime
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